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Fuga sul Kenya – Felice Benuzzi

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Tre prigionieri di guerra italiani evadono da un campo inglese per salire in vetta a una montagna simbolo di libertà e dignità umana.

Nel 1943 tre prigionieri di guerra italiani – nel testo chiamati POW -, Felice Benuzzi, Giovanni Balletto e Vincenzo Barsotti evasero dal campo di prigionia britannico a Nanyuki, in Kenya, al solo scopo di scalare il Monte Kenya.

Certamente la si potrebbe considerare come una autobiografia di Felice, ma così non è, e lo si capisce già dalle prime pagine quando la voce narrante (onnisciente) inizierà a fondersi con il personaggio principale, facendosi captare da dubbi, riflessioni, idee e confessioni: come se fosse in perenne presenza di qualcuno, che il lettore, attraverso i dialoghi, non è portato a vedere. Ma che li accompagnerà per tutta la durata della scalata.

La preparazione degli attrezzi necessari alla scalata dureranno mesi, per via delle difficile reperibilità e complessa realizzazione: erano pur sempre prigionieri, l’istinto di sopravvivenza e agire all’oscuro erano fortissimi. Attraverso la solidarietà dei connazionali, e la scoperta di alcuni che prima di coprire il ruolo di militari erano stati anche artigiani, segnerà la svolta, tant’è che molto spesso alcuni di loro al corrente dell’avventura dubitassero seriamente della stabilità mentale di Giovanni e Felice. Di riguardo sono i dialoghi tra prigionieri, un mix di incredulità e speranza, orgoglio nazionale e scetticismo, davvero si può considerare la segretezza della preparazione come punto di realizzazione?

La tenacia dei tre li porterà a concludere l’arduo compito di issare la bandiera italiana sul Lenana, dove nessun italiano arrivò prima di loro, e rientrare al campo stremati, giusto in tempo per non morire di fame. Vissero giorni interi a gustarsi un paio di gallette a testa, non c’è alcun segno di sodomia in questo bensì la razionabilità dei viveri, che inizialmente, dovette coprire un numero prefissato di giorni. Prolungati i quali si sarebbe dovuto diminuire a forze di cose la quantità giornaliera, e questo, sempre verso il rientro, creò dei veri e proprio segni di squilibrio, allucinazioni e debolezze varie. Avrebbero metabolizzato il quanto soltanto giorni dopo, una volta stabilita l’armonia corporea sostenuta da una dose massiccia di calorie.

D’altronde non sarebbe stato possibile per loro fuggire: il paese neutrale più vicino era il Mozambico che distava più di mille chilometri: una vera agonia. Si riconsegnarono al campo e della punizione Benuzzi ricorda: “..di quei sette giorni di cella conservo un ricordo graditissimo, come d’un degno epilogo della nostra spedizione. Furono sette giorni di riposo, di ricupero, di vita sibaritica”.

Finita la guerra, finita la prigionia. Tornati nel mondo dei liberi, Felice, pubblicò nel 1947 la prima versione. La svolta però arriva nel 2010 con la pubblicazione di Wu Ming 1 e Roberto Santachiara: Point Lenana, libro complementare e necessario al primo, senza il quale la meritata fama di classico dell’avventura di Benuzzi non viene compreso appieno. L’ordine è importante: leggere il presente per comprendere il passato.

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