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Le origini e definizione del #WelfareState

L’espressione «Stato del benessere», entrata nell’uso in Gran Bretagna negli anni della Seconda guerra mondiale, è tradotta di solito in italiano come Stato assistenziale (che ha però sfumatura negativa) o Stato sociale. In senso ampio, per Stato sociale si indica come un complesso di politiche pubbliche messe in atto da uno Stato che si fonda sul principio di uguaglianza sostanziale, da cui deriva successivamente la finalità di ridurre o annullare le disuguaglianze sociali, migliorando così le condizioni di vita dei cittadini.
Lo stato sociale nacque e si consolidò in Occidente durante il XIX e il XX secolo, seguendo peraltro di pari passo, come due rette parallele, la storia della civiltà industriale. Per una migliore comprensione, focalizzazione e integrazione nel contesto storico, suddivideremo la sua evoluzione in tre fasi successive.

  • Una prima forma di Stato sociale (o assistenziale) venne introdotta nel 1601 in Inghilterra con la promulgazione e attuazione delle cosiddette leggi sui poveri (Poor Law). Tali leggi prevedevano assistenza per i poveri nel caso in cui le famiglie non fossero in grado di provvedervi e, oltre ad avere un fine etico, si distanziavano da considerazioni secondo cui riducendo il tasso di povertà, consecutivamente ciò avrebbe portato a una riduzione dei fenomeni negativi connessi come la criminalità.
  • La seconda fase, si attua ad opera di monarchie costituzionali conservatrici o di pensatori liberali, riconduce alla prima rivoluzione industriale e alla legislazione inglese del 1834. Le motivazioni della svolta in questa fase furono la ricerca della pace sociale conciliando le rivendicazioni di maggior protezione da parte dei lavoratori proletari e dalla richiesta di una manodopera a minor costo possibile da parte degli industriali. Le forme assistenziali agivano su base individuale e rivolte unicamente agli appartenenti di una classe sociale svantaggiata (minori, poveri, orfani ecc.), nacquero così le prime assicurazioni sociali per i lavoratori contro incidenti sul lavoro, malattie e vecchiaia. Un ulteriore passo in avanti fu compiuto con l’istituzione delle ‘workhouse’, case di lavoro e accoglienza che si proponevano di combattere la disoccupazione, che si trasformarono in luoghi di “detenzione forzata” ove, durante la permanenza, in cambio del ricevimento di assistenza equivaleva perdere diritti civili e politici.
    Nel 1883 nacque in Germania, introdotta da Otto von Bismark, l’assicurazione sociale per favorire la riduzione della mortalità e degli infortuni nei luoghi di lavoro e per istituire una forma di previdenza sociale.
  • La terza fase ebbe inizio nel dopoguerra e corrisponde all’attuale tipo di welfare. Nel 1942 la sicurezza sociale nel Regno Unito compì un decisivo passo in avanti grazie al Rapporto Beveridge [1], stilato dall’economista William Beveridge, che definì e introdusse i concetti di sanità pubblica e pensione sociale per i cittadini. Proposte poi attuate dal laburista Clement Attlee, divenuto Primo ministro nel 1945. Fu la Svezia nel 1948 il primo paese ad introdurre la pensione popolare fondata sul diritto di nascita, facendo diventare il welfare un concetto universale di eguaglianza dei diritti civili e politici.

La situazione, a grandi linee, riuscì a mantenersi in sostaziale equilibrio per qualche decennio. Infatti nel periodo che va dagli anni cinquanta fino agli anni ottanta e anni novanta la spesa pubblica crebbe notevolmente, specialmente nei paesi che adottarono una forma di welfare universale, ma la situazione rimase tutto sommato sotto controllo grazie alla contemporanea sostenuta crescita del Prodotto interno lordo (Pil) generalmente diffusa. Tuttavia negli anni ottanta-novanta i sistemi di welfare entrarono in crisi per ragioni economiche, politiche, sociali e culturali al punto che oggi si parla di una vera e propria crisi del Welfare State.

 

Modelli di stato assistenziale

Il sociologo danese Gøsta Esping-Andersen, in The Three Wordls of Welfare Capitalism [2], ha introdotto una classificazione dei diversi sistemi di welfare state strutturata in tre tipologie riconoscibili in base alle loro diverse caratteristiche, fondata sulle differenti origini dei diritti sociali che ogni Stato concede ai propri cittadini.

Regime liberale

Detto anche welfare “residuale”: i diritti sociali derivano dalla dimostrazione dello stato di bisogno. Il sistema è fondato sulla precedenza ai poveri meritevoli (teoria della less eligibility) e sulla logica del “cavarsela da soli”. I servizi pubblici sono forniti a chi è povero di risorse, previo accertamento dello status di bisogno (means testing); per gli altri individui, che costituiscono la maggior parte della società, tali servizi sono acquistabili sul mercato privato dei servizi. Quando l’incontro tra domanda e offerta non ha luogo, per l’eccessivo costo dei servizi e/o per l’insufficienza di reddito, si assiste al fallimento del mercato, qui pongono rimedio programma destinati alle fasce di maggior rischio: negli Stati Uniti d’America sono previsti organismi come il Medicaid per i poveri, il Medicare per gli anziani e l’AFDC per le madri sole. Tale regime riflette una teoria politica secondo cui è utile ridurre al minimo l’impegno dello Stato, individualizzando i rischi sociali. Il risultato è un forte dualismo tra cittadini non bisognosi e cittadini assistiti. Tale modello è tipico dei paesi anglosassoni: Australia, Nuova Zelanda, Canada, Gran Bretagna e Stati Uniti caratterizzato dalla predominanza del mercato.

Regime corporativo (conservatore)

In questo modello, detto anche “particolaristico”, i diritti derivano dalla professione esercitata: le prestazioni del welfare sono legate al possesso di determinati requisiti, in primo luogo l’esercitare un lavoro. In base al lavoro svolto si stipulano delle assicurazioni sociali obbligatorie che sono all’origine delle coperture per i cittadini, a dimostrazione che i diritti sociali sono collegati alla condizione del lavoratore. Una variante del modello è il welfare aziendale, diffuso in alcuni Paesi occidentali ed in Giappone, e si basa su contributi dei dipendenti della stessa azienda che, nel caso in cui si possano prevedere utili nel lungo periodo (generalmente nei monopoli), possono rappresentare la parte principale del finanziamento dei servizi.

Regime socialdemocratico

Il modello è detto “universalistico”. I diritti derivano dalla cittadinanza e vengono offerti a tutti i cittadini dello Stato senza nessuna differenza. Tale modello promuove l’uguaglianza di status passando così dal concetto di assicurazione sociale a quello di sicurezza sociale, fornendo un welfare che si propone di garantire a tutta la popolazione degli standard di vita qualitativamente più elevati. Tipico degli Stati dell’Europa del nord e dell’Italia (per certi servizi).

La classificazione di Andersen nel definire il welfare è ancora oggi spesso usata come riferimento a questa identificazione. Vi sono però altri lavori come quello di [Ferrera, 1996] in particolare, che appare focalizzato su una logica molto più ‘europeista’ sia nel determinare le variabili di classificazione sia poi nel riflettere la situazione delle varie nazioni.
In particolare, considerando queste variabili,
-regole di accesso al sistema
-formule di prestazione
-formule di finanziamento
-assetti organizzativo-gestionali
Ferrera ne fa una distizione:

Paesi scandinavi – lo Stato ne è il diretto responsabile che, attraverso il gettito fiscale e prestazioni fisse di importo generoso (erogate automaticamente all’occorrenza dei rischi), finanzia la copertura universale.
Paesi anglosassoni – (UK, Irl) ha una copertura universale solo per la sanità – finanziata dal gettito fiscale -, molto inclusiva negli altri casi. La “condizione di bisogno” (means testing) viene verificata spesso e le somme erogate sono fisse – coperte dai contributi sociali. L’amministrazione pubblica ne è la completa responsabile.
Paesi dell’Europa centrale – (Ger, Bel, Ol, Lux, Aus, Swi, Fra) dove la copertura è selettiva (legata alla posizione lavorativa) e le prestazioni sono proporzionali al reddito (diverse per gruppi sociali differenti). Alcune associazioni quali i sindacati partecipano attivamente al governo delle prestazioni di categoria, conservando una maggior autonomia in un sistema finanziato dai contributi sociali.
Paesi dell’Europa meridionale – (Ita, Gre, Esp, Port) condividono una eleggibilità (copertura) universale per il servizio sanitario e selettiva per altri servizi. Le prestazioni sono particolaristiche e finanziate con contribuzione sociale (con gettito fiscale per quanto riguarda la sanità); il ruolo delle parti sociali nella fase di “contrattazione” con lo Stato è molto grande.

 

Con questa suddivisione di modelli viene anche riformulata anche la definizione di welfare, che per [Ferrara, 2006] è: “un insieme di politiche pubbliche connesse al processo di modernizzazione tramite le quali lo Stato fornisce ai propri cittadini protezione contro rischi e bisogni prestabiliti sotto forma di assistenza, assicurazione e sicurezza sociale introducendo specifici diritti sociali nonché specifici doveri di contribuzione finanziaria”. Concepito come un mix delle attività dello Stato, Mercato, Famiglia e Associazioni Intermedie: i 4 “grandi fornitori” di servizi che operano all’interno di un quadro complesso di aspetti legali e organizzativi, in base a differenti logiche di integrazione sociale [3]”.

 

[1] William Beveridge e il Piano del 1942: alle origini del welfare state.
[2] Gøsta Esping-Andersen – I fondamenti sociali delle economie postindustriali, Il Mulino, Bologna 2000.
[3] www.regionepiemonte.it, Sistemi di welfare: un’analisi comparata di alcune specificità dei paesi Italia, Svezia, Germania di Pietro Mesturini pp.6,7.

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