Movie review,  Storie

Sognare Gagarin inconsciamente Cantemir

819vvlLfHiL._SL1425_Ci sono pochi film autobiografici passati in sordina, e uno di questi è la straordinaria e cosmonautica vicenda di Yurij Gagarin: primo <uomo> nello spazio.
L’esordio cinematografico di Pavel Parkhomenko è un delizioso lungometraggio intriso di frequenti flashback che dipanano la vicenda in modo significativo-cronologico, rimandando la possibilità di giudizio ai titoli di coda. Lo spettatore viene proiettato anima e corpo in questa vicenda fino a farne parte, e attendere col fiato sospeso fino al famosissimo “lancio nello spazio” del 12 aprile 1961: la liberazione. Lo sguardo del regista però si fa centrale focalizzandosi sull’impreparazione tecnica dell’epoca e il notevole rischio assunto dai tecnici, in primis, e poi, secondariamente, del pilota: a voler leggere tra le righe sembra essere il frutto del sistema prodotto e ora messo in opera: dunque, volendo esagerare, si potrebbe sostenere che siano state un po’ la fortuna e un po’ la lungimiranza degli addetti portare a buon fine la missione.

Benché fili tutto liscio e in modo armonico, c’è una macchia nel passato (infanzia) del protagonista che rappresenterà il riscatto da adulto. Nonostante suo padre, carpentiere malpagato e sfruttato, desideri per il figlio un futuro migliore del proprio, accetta malvolentieri – come rassegnandosi – la decisione di proseguire gli studi. Ed è proprio qui il punto centrale della vicenda: piccoli granelli di sabbia che uno alla volta – chi per studio, chi per semplice ribellione paternalistica – intraprendono la strada della demolizione inconscia del sistema nel quale sono nati ma che, probabilmente alla lunga, non avrebbero accettato continuare a vivere. Interrogarsi ora, ex post, se, conoscessero le conseguenze delle loro azioni, rifarebbero tutto invariabilmente?Azzarderei dire di no.

Comunque. Trascorsi un paio di decenni, finita l’era post-staliniana, la glasnost’ e le varie fasi di transizione, nella Bessarabia (attuale Repubblica Moldova) nacque, manco a dirlo, poco prima dell’attesissima e pacifista indipendenza (ha ancora senso parlarne se economicamente dipendente?), il terzogenito di una mediocre famiglia di un piccolo centro abitato quasi sulla riva del fiume che segna il confine naturale tra i due separati in casa. Dolce e tranquillo da piccolo – non creò rogne come i primi due -, crescendo cominciò a dimostrare interesse verso le scienze applicate (la madre professoressa di astronomia), la logica e la geografia continentale, che, a voler riguardare un mappamondo ora, ricorda le lezioni a lume di candela del fratello maggiore.
Il caso vuole che prima dell’ultimo arrivato, la famiglia, si stabilisca al margine del paesino che contava – in periodo di massima espansione – qualche migliaio di abitanti. Quasi a ridosso del bosco – ma dai limpidi ricordi del terzogenito, fino all’orizzonte l’area risultò già del tutto disboscata -, si situò l’ultima via abitativa, la più lunga e come confermerà successivamente: la più eterogenea. Qualsiasi pretesto diventava una questione di appartenza territoriale, una specie di darwinismo abitativo: una selezione casuale ma efficace in quanto poi le questioni di buon vicinato lo dimostravano.
La strada dalla quale iniziarono le migliori avventure fu, appunto, la quarta (il conteggio iniziò dall’ultima che curiosamente diventò prima): Yurij Gagarin. Una delle poche all’epoca asfaltata che permetteva alle ragazzine disegnarci con i gessetti e ai maschietti sperimentare qualsiasi mezzo dotato di ruote, ma soprattutto eliminava l’esistenza del fango durante le stagioni piovose: fastidio non da poco questo. Nel tempo avrebbe permesso una completa socializzazione e con l’arrivo delle macchine qualche pericolo in più. Inizialmente quasi pianeggiante e poi pian piano diventava in discesa che permetteva una piccola risalita ma non ne garantiva l’arrivo in cima, ove si trovava la scuola elementare, spesso i meno preparati saltavano dalla bicicletta molto prima. Ma era poi questa l’essenza: al ritorno la grande discesa e la velocità sostenuta consentiva l’arrivo all’inizio della strada senza particolare fatica. Chi mai avrebbe immaginato che in qualche modo rispecchiasse il lancio nello spazio del primo cosmonauta?

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Il giovane però era all’oscuro di tutto ciò. La targhetta commemorativa però parlava chiaro: se a rigor di logica di un bambino, la strada più bella e meglio tenuta meritasse quel nome, dunque anche chi vi abitava lo fosse altrettanto. Questo dubbio l’assalì quando il comune decise di nominare ufficialmente le vie del paese, con tanto di insegne per un migliore orientamento, e dato che la casa faceva angolo con due vie, la targa identificativa ci finì dritto dritto sul cancello.
Passarono anni senza che qualcuno sapesse spiegargli chi fosse codesto Dimitrie Cantemir* (suo omonimo per di più) e perché proprio loro se lo meritassero. Cominciò a balenarsi dentro la sua testa un sacco di ipotesi che non trovarono né conferma né risposta, neppure durante il percorso scolastico: un personaggio davvero misterioso.

La storia si conclude qui. In età pre-adolescenziale cambiarono le esigenze e per un po’ scordò il mistero irrisolto, fino a quando, intervenne nella sua vita un cambiamento radicale.

Continua.

* letterato, filosofo, storico, compositore, musicologo, linguista, etnografo e geografo moldavo, ma di influenza turca e origini per metà tatare, proprio come il protagonista della vicenda. Solo in seguito si sarebbero distinti i punti che li accomunano.
Fonte Wikipedia.

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